Architettura

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Così, per realizzare questo sogno, sull’esempio di Peter Pan, si costruirono una loro isola felice e la chiamarono Studio65. Questi giovani erano anche pittori e dipingevano quadri dai forti colori; discutevano della liberazione dell’uomo e del mondo delle catene dell’oppressione; amavano, come tutti i giovani, a tal punto la vita da essere pronti a lottare per costruire un mondo più giusto, dove ogni forma di espressione artistica trovasse spazio e apprezzamento.

Amavano la Pop Art americana, i film del New American Cinema, la Nouvelle Vague francese, l’Avanguardia italiana, Carmelo Bene, Ionesco, Beckett e il Living Theatre; ascoltavano la musica rock, il jazz; leggevano Majalovskij, Marcuse, Montale, Asor Rosa, Tafuri e Simone de Beauvoir.

Non era un caso che a questi giovani il mondo dei “grandi”, con la sua ipocrisia, il suo perbenismo, il suo opportunismo, stesse molto stretto, soprattutto se veniva imposto negli atenei, come in ogni istituzione della società civile, con arrogante autoritarismo. Accadde così che, quando gli studenti-formiche dichiararono guerra alle istituzioni-pachiderma, lo Studio65, nato da appena due anni, era già lì, pronto a dare il suo contributo per cambiare il mondo. Attivo nell’università, portò all’interno dei gruppi in cui lavorava un atteggiamento progettuale critico: non più una architettura propositiva, ma una architettura come strumento di denuncia, di dissacrazione, di sbeffeggiamento ironico.

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1970

Villa audrito

Pecetto, Torino, 1970

Una collinetta suddivisa in dodici lotti. Su ogni lotto sorge una casa unifamiliare diversa dalle altre. Un simile intervento (con le sue strade di accesso, le sue recinzioni, gli scavi e i riporti di terra) sconvolge il paesaggio preesistente. Nel progettare una casa su uno di questi lotti abbiamo ritenuto di assumere criticamente la tipologia della “villa”, rifiutando la mistificazione di una architettura tradizionale piemontese, imitativa della tipologia del cascinale.

La modesta dimensione dell’intervento (600 mc complessivi) diventa essa stessa elemento di ironia nell’organizzare i volumi sullo schema planimetrico della Rotonda del Palladio. La pianta quadrata è suddivisa in nove quadrati uguali: quello centrale si inscrive in un cerchio che spinge verso l’esterno i quattro quadrati posti sui due assi di simmetria che si aprono verso l’esterno, in quattro terrazzi disposti sul prato. Il cerchio centrale è un anfiteatro per le conversazioni, ed è limitato da due scalinate simmetriche secondo una impostazione scenografica. Gli otto vani perimetrali vengono distribuiti da un percorso circolare che segue il disegno delle scale. Tra l’anfiteatro centrale e il patio coperto antistante sta il camino. L’assemblaggio dei volumi, molto semplici, avviene per accostamento e sovrapposizione. (“Una casa palladiana”, in Domus, 554, gennaio 1976).

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