Architettura

per

Così, per realizzare questo sogno, sull’esempio di Peter Pan, si costruirono una loro isola felice e la chiamarono Studio65. Questi giovani erano anche pittori e dipingevano quadri dai forti colori; discutevano della liberazione dell’uomo e del mondo delle catene dell’oppressione; amavano, come tutti i giovani, a tal punto la vita da essere pronti a lottare per costruire un mondo più giusto, dove ogni forma di espressione artistica trovasse spazio e apprezzamento.

Amavano la Pop Art americana, i film del New American Cinema, la Nouvelle Vague francese, l’Avanguardia italiana, Carmelo Bene, Ionesco, Beckett e il Living Theatre; ascoltavano la musica rock, il jazz; leggevano Majalovskij, Marcuse, Montale, Asor Rosa, Tafuri e Simone de Beauvoir.

Non era un caso che a questi giovani il mondo dei “grandi”, con la sua ipocrisia, il suo perbenismo, il suo opportunismo, stesse molto stretto, soprattutto se veniva imposto negli atenei, come in ogni istituzione della società civile, con arrogante autoritarismo. Accadde così che, quando gli studenti-formiche dichiararono guerra alle istituzioni-pachiderma, lo Studio65, nato da appena due anni, era già lì, pronto a dare il suo contributo per cambiare il mondo. Attivo nell’università, portò all’interno dei gruppi in cui lavorava un atteggiamento progettuale critico: non più una architettura propositiva, ma una architettura come strumento di denuncia, di dissacrazione, di sbeffeggiamento ironico.

architettura per

2013

Sierra Leone

Quando mia figlia Valentina mi telefonò da Bali, in Indonesia, proponendomi di condividere con lei l’esperienza di progettare una scuola superiore per un villaggio sperduto nelle foreste del nord, dove ci sono le miniere di diamanti, accettai con entusiasmo.

Valentina aveva ricevuto l’invito a fare questo progetto dalla sua amica Tara, a nome della società americana onlus SHINE ON SIERRA LEONE, guidata da Tiffany.

Una scuola elementare e materna era già operante. Si trattava di progettare gli edifici per la scuola superiore.

Incontrammo il resto del gruppo all’aeroporto di Heathrow, da dove iniziò il viaggio in aereo fino a Free Town, poi in barca verso la terra ferma ed infine in auto per un giorno intero attraverso strade sterrate, corrose dall’appena terminata stagione delle piogge.

Arrivammo un po’ provati al villaggio, in mezzo alla foresta.

La popolazione ci attendeva con danze, canti, discorsi, musica e tanto calore. Forte fu la commozione.

Lì mi resi conto subito che non si trattava soltanto di progettare una scuola. Lì, con il gruppo di volontari che si erano ritrovati insieme al villaggio di Kono, ci stavamo impegnando ad aiutare un popolo calpestato a ritrovare la propria dignità. Attraverso l’educazione e la conoscenza, forgiare gli strumenti critici necessari per intervenire a condizionare il proprio destino, nella continua battaglia per la sopravvivenza.

Tutto fu ancora più chiaro dopo aver visitato le miniere di diamanti, dove un popolo di schiavi setaccia il fango per raccogliere i diamanti per le società concessionarie che stanno in Europa.

La scuola si farà e raccoglierà anche i ragazzi dei villaggi vicini e sarà un piccolo contributo sulla strada della liberazione di un continente sfruttato ed oppresso.

 

 

Grazie, Valentina, per avermi coinvolto. Per avermi aiutato a smettere di far finta di non vedere ed a ricordare che anche nella professione dell’architetto è necessario fare scelte etiche.

Entrance View_2